ex-caserma-piave

 

 

OBBIETTIVO DEL PROGETTO

 Auto-recupero di una parte dell’area dell’ex Caserma Piave di Belluno allo scopo di creare una zona polifunzionale per finalità sociali, culturali e sportive.

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PERCHE’ L’EX CASERMA PIAVE?

Nell’introdurre del progetto di autogestione di una parte della caserma Piave da parte de la “Casa dei Beni Comuni” riteniamo opportuno porre l’accento su di una questione eminentemente politica.

L’articolo nove della nostra Costituzione afferma: “La Repubblica […] tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, è evidente come la caserma Piave non rappresenti né un bene paesaggistico né tanto meno un alcunché di valore artistico, quanto invece un esempio di architettura archeo-militare, se non paleo-militare nell’immediata periferia di una piccola città del nord-est. Ma guardando la questione da un prospettiva obliqua possiamo porre la seguente questione: non è forse coerente con l’articolo nove promuovere politiche di recupero degli stabili abbandonati di fronte alla crescente richiesta di spazi urbani da parte di quella nuova modalità di terzo settore che si sta sviluppando e della quale parleremo a breve, invece di sottoporre i nostri territori a una ulteriore cementificazione, alla luce anche del fatto che oltre l’8% della superficie nazionale è coperta da costruzioni, quando la media europea di consumo del suolo è del 4,3%?

A fianco di questa argomentazione, per così dire, costituzionale, ve n’è un’altra, meno nobile sicuramente, ma di certo più pressante e contingente, vale a dire il fatto che la congiuntura economica è a dir poco sfavorevole e tra patto di stabilità, sospensione dell’Imu e altri fatti di cronaca è di dominio pubblico la carenza di fondi da parte delle strutture comunali, che, d’altra parte possono coprirsi il volto con l’alibi dell’assenza di fondi oppure, coraggiosamente, andare incontro a determinate istanze di auto-recupero di ciò che è dismesso, forse temporaneamente perduto, promuovendo politiche di recupero di questi spazi senza dover stanziare alcunché.

Sorge alla la questione relativa a chi sia l’affidatario ideale di questo auto-recupero? Di quale sia l’identità del soggetto che lo richiede? Ecco che riprendiamo il tema relativo alle nuove configurazioni del terzo settore, a quella zona della popolazione produttiva che rivendica, ben consapevole delle carenze strutturali a livello di fondi del pubblico, il diritto di non essere assistita, ma anche la volontà di non pensarsi tessuto imprenditoriale, almeno nella maniera nella quale è stato pensato dall’ormai estinto modello nord-est. Né assistiti, né imprenditori: terra di mezzo.

Cogliere questa potenzialità storico-produttiva significa proseguire in quel percorso di de-provincializzazione della nostra provincia, cioè quella conversione, innanzitutto di immaginario, che ci vuole al centro dell’Europa e non ai margini dell’Impero, pur nella conservazione di tutte le specificità territoriali e culturali, che possono divenire risorse ulteriori se aperte al mondo e non rinchiuse in quel catino, detto Valbelluna. Allora non temiamo di applicare, pur con le dovute specificità, ripetiamo, alcuni modelli segnalati dal geografo e urbanista statunitense David Harvey nel suo ultimo libro Città ribelli, edito da il Saggiatore, quali proprio delle metropoli anche alla nostra realtà.

Harvey, partendo dal superamento del modello industriale -e le situazioni di Acc, Ideal Standard, Invensy’s, Clivet, sembrano suffragare questa tesi iniziale anche nella nostra provincia- afferma la necessità da parte di un nuovo soggetto formato da donne, precari, piccoli artigiani, professionisti declassati, di rivendicare il “diritto alla città”, dove affermare i diritti sociali di cittadinanza e contestare l’uso capitalistico del territorio, attraverso la sperimentazione di forme di vita altre rispetto ai rapporti di potere dominanti, dove in gioco non vi è solo l’accesso agli spazi, ma anche nello sviluppo di forme di produzione alternative a quelle dominanti. Dunque il “Diritto alla Città” altro non è che la denuncia di un enorme numero di spazi dove il pubblico viene negato oppure è regolato in maniera restrittiva e con esso la libertà di movimento, di incontro, di fare un’assemblea e il tentativo di superare il progetto che ha ridotto molte nostre città a essere meramente “spettacolo e consumo di città”.

Allora aprire all’auto-recupero di spazi come la ex caserma Piave significa ripensare la vita urbana e aprire alla riorganizzazione dei luoghi della produzione cittadina, garantendo spazi di inclusione e la creazione nuove “istituzioni” capaci di fornire una sorta di para-welfare rispetto al quale molte delle istituzioni tradizionali, per motivi anche economici e strutturali, sono in difficoltà.

FILOSOFIA DEL PROGETTO: NE’ ASSISTITI, NE’ IMPRENDITORI, AUTO-ORGANIZZATI

L’auto-recupero dell’area e la sua successiva gestione, una volta terminati i lavori di ripristino, non necessiteranno di nessun investimento economico da parte dell’amministrazione comunale, salvo il normale costo orario del personale tecnico coinvolto nel progetto. Il progetto, quindi, sarà completamente autofinanziato e vivrà grazie alla cooperazione sociale che sarà in grado di auto-produrre attorno a se stesso. E’ la negazione di qualsiasi logica assistenzialista.

Non si tratta nemmeno di un’attività imprenditoriale, ovvero il suo scopo non è quello di creare profitto, ma è quello di produrre una ricchezza sociale comune che servirà ad auto-sostenere l’intero progetto: dal ripristino dei luoghi, al mantenimento nel tempo di tutte le attività che verranno realizzate nell’area.

Il progetto verrà realizzato attraverso l’auto-organizzazione delle risorse e dei mezzi decisa attraverso l’organo di auto-governo, ovvero “l’assemblea di gestione”. L’assemblea di gestione ha il compito, attraverso la condivisione e la partecipazione attiva dei suoi membri, prima di governare il processo di recupero dei luoghi e successivamente di autogestire l’intero progetto e le sue attività.

STRUTTURA ORGANIZZATIVA: PROGETTO CONTENITORE, ASSEMBLEA DI GESTIONE, ATTIVITA’, COORDINATORI E GRUPPI DI LAVORO.

“L’assemblea di gestione” è l’ambito nel quale vengono prese le decisioni condivise in merito alla vita complessiva dell’area, attraverso un metodo di partecipazione attiva che rifiuta qualsiasi forma organizzativa di tipo gerarchico.

La Casa Dei Beni Comuni è il “progetto-contenitore” ovvero quel luogo, sia simbolico che fisico (area caserma ex-Piave), dove le varie attività vengono ideate e realizzate attraverso l’utilizzo di una o più parti dell’area. Le attività non hanno vita autonoma rispetto al “progetto-contenitore”. Ciò significa che chiunque voglia realizzare delle attività deve partecipare e contribuire all’intero processo di auto-governo e auto-organizzazione della Casa dei Beni Comuni. Una volta condivisi in “assemblea di gestione” i principi ispiratori delle attività proposte, vengono identificati i vari “coordinatori” che hanno il compito di creare le reti sociali, facilitare la cooperazione, sviluppare partnership con progettualità di altre organizzazioni e reperire le risorse necessarie per realizzarle. Nel momento in cui si viene a creare una situazione nella quale ci sono più coordinatori all’interno una stessa attività, viene costituito il gruppo di lavoro che a sua volta si organizzerà in forma assembleare.

VALORE SOCIALE DEL PROGETTO

Questo progetto si inserisce a pieno titolo nel sistema di welfare territoriale della nostra provincia come risposta concreta a una bisogno sociale che da almeno vent’anni si presenta con regolarità. La rivendicazione di uno Spazio Sociale Autogestito, infatti, è emersa in diverse forme e ancora non ha trovato una soluzione.

Nell’ambito delle Politiche Sociali questo progetto va considerato come uno strumento di costruzione di “capacità comunitaria” attraverso un’azione collettiva. Lo sviluppo della comunità come antidoto alla frammentazione sociale e alle sue problematiche correlate, come valorizzazione delle risorse positive attraverso una cooperazione attiva dei suoi membri. Un processo di “empowerment” o potenziamento comunitario dove la possibilità di socializzare il sapere, anche quello pratico, è, nell’epoca del non lavoro e della precarietà generalizzata, una risposta alla svalutazione dei saperi stessi  e un modo per produrre strumenti/relazioni di contrasto all’impoverimento, o peggio alla marginalizzazione ed esclusione sociale, in un contesto economico caratterizzato da un accesso intermittente al reddito.

Allo stesso tempo, il progetto è portatore di un approccio emancipatorio, di allargamento dei diritti, di critica ai rapporti sociali esistenti tanto che il suo scopo non è quello di produrre dei servizi ad eventuali utenti passivi o peggio ancora, di venderli a dei clienti,  ma di coinvolgere attivamente le persone in percorsi di cambiamento a partire proprio dalla propria esistenza.

Questo progetto ha quindi l’ambizione di costruire dal basso una vera e propria istituzione di “welfare societario” in un rapporto di sussidiarietà orizzontale con l’amministrazione comunale, dove all’impegno e alla responsabilizzazione dei proponenti corrisponda un adeguato supporto da parte dell’ente.

I LUOGHI

STABILE A: CASA DEI BENI COMUNI

Lo stabile A è il corpo centrale dell’intero progetto “Casa dei Beni Comuni”. Si tratta di una palazzina in muratura di circa 200 metri quadri. La zona A1 rappresenta la sala polifunzionale che potrà ospitare piccoli eventi culturali, assemblee, incontri pubblici e sarà fornito di una piccolo bar. La zona A2 sarà adibita a ufficio. La zona A3 sarà il magazzino del bar. La zona A4 è relativa ai servizi: wc, docce, lavandini.

STABILE B: PADIGLIONE CULTURA

E’ un hangar di circa 300 metri quadri. Spazio espositivo e per eventi culturali

STABILE C: PADIGLIONE SPORT

E’ un hangar di 300 metri quadri. Sarà arricchito da strutture sportive

STABILE D: LAB

E’ un hangar di 300 metri quadri. Sarà adibito ad officina/laboratorio e magazzino

STABILE E: TETTOIA

E’ una tettoia priva di pareti laterali adatta ad ospitare eventi estivi che ricopre una superficie di circa 240 metri quadri.

TEMPI DI REALIZZO DEL PROGETTO

L’amministrazione comunale deve espletare i passaggi politici e amministrativi relativi all’assegnazione diretta dell’area interessata come riconoscimento politico del valore sociale del progetto. Contemporaneamente, aprire un tavolo tecnico con gli uffici competenti per attivare il percorso di ripristino dell’area e le conseguenti iniziative di certificazione degli stabili e degli impianti.

La convenzione deve essere di almeno dieci anni. Tempo tecnico minimo per portare a regime le varie attività una volta completato il ripristino dell’area.

In collaborazione con l’amministrazione comunale va identificato il soggetto giuridico adatto all’assegnazione dell’area e i relativi permessi per svolgere le attività all’interno dei luoghi definiti da questo progetto. Nostro compito sarà allacciare le varie utenze necessarie (acqua, energia, rifiuti ecc…).

RISTRUTTURAZIONE STABILE A (Primi 12 mesi)

Il primo anno sarà dedicato alla ristrutturazione interna ed esterna dello stabile A. Rifacimento degli impianti, porte e serramenti, tinteggiatura delle pareti, creazione dell’area bar e del relativo magazzino, predisposizione del salone polifunzionale.

RISTRUTTURAZIONE STABILI B – C- D. (Dal 13esimo mese in poi)

Una volta completata la ristrutturazione dello stabile A avrà inizio il ripristino degli altri stabili. I tempi saranno condizionati in base alle varie attività che nasceranno e che saranno realizzate usufruendo degli hangar.

RISPARMIO ENERGETICO (60 mesi)

Parallelamente al progetto di auto-recupero degli spazi della ex Caserma Piave prenderà forma il percorso di risparmio energetico che vogliamo mettere in campo già nelle fasi iniziali dei lavori di restauro dello stabile A e poi successivamente anche nei confronti degli hangar in base alle necessità delle varie attività che nasceranno.

Crediamo che rispetto al contesto territoriale in cui viene inserito il progetto sia fondamentale che lo sviluppo dello spazio sociale debba tenere conto della razionalizzazione dei consumi energetici e debba puntare, in prospettiva, ad una vera e propria autonomia energetica.

Per questo si è deciso di intraprendere un percorso partecipato assieme a Pubbliche Energie che da anni si occupa di promuovere sul nostro territorio “azioni di economia responsabile”, attuare interventi concreti e costruire conoscenza diffusa sul tema dell’utilizzo virtuoso delle fonti energetiche.

Questo percorso ci permetterà di costruire un vero e proprio laboratorio del risparmio energetico che si articolerà in diverse fasi, a partire dai corsi di risparmio energetico, alla scelta partecipata delle tecniche da utilizzare per l’isolamento, fino alla messa in opera degli interventi decisi. Una modalità che ci permetterà di sfruttare le competenze di un’esperienza virtuosa come PE e di costruire consapevolezza e cultura del risparmio energetico nei soggetti che attraverseranno quest’ esperienza.

IMPIANTO FOTOVOLTAICO (dal 19esimo al 30esimo mese)

Installazione dell’impianto fotovoltaico sul tetto dello stabile A

FINANZIAMENTO (60 mesi + )

L’attività di finanziamento durerà per tutto il corso del ripristino dell’area e proseguirà anche successivamente. Verrà istituita una campagna di sottoscrizione popolare, una campagna 5×1000 e verranno organizzate numerose iniziative di autofinanziamento. Dove possibile parteciperemo ai bandi, ma non chiederemo contributi all’amministrazione comunale di Belluno. Nei primi cinque anni si pensa di investire almeno 100.000 euro nella ristrutturazione e nelle attività al netto del lavoro volontario.

ATTIVITA’ (Dal settimo mese in poi)

Le attività culturali, sociali e sportive inizieranno a partire dal settimo mese, che definiamo nel mese di maggio 2014. Nel caso in cui non fosse ancora agibile lo stabile A, verrà inaugurato e utilizzato il giardino esterno.

VARIE

SPAZI COMUNI DELL’EX CASERMA PIAVE

Le aree comuni verranno auto-gestite in condivisione con tutte le varie realtà che dispongono degli spazi all’interno della ex-caserma Piave.

COLLABORAZIONI

Questa progettualità è aperta a qualsiasi cittadino, gruppo, associazione e movimento che aderisca alla filosofia e alla struttura del progetto descritti sopra e condivida due principi fondamentali: l’antirazzismo e l’antifascismo.

PUNTI DI FORZA DEL PROGETTO

I punti di forza del progetto sono riscontrabili nella motivazione dei proponenti e nella loro esperienza acquisita negli anni, nell’organizzazione/gestioni di spazi sociali, di eventi culturali, sportivi e sociali. Inoltre, il costo per l’amministrazione comunale è praticamente nullo.

CRITICITA’

Attualmente il progetto è sprovvisto di un piano finanziario relativo alla ristrutturazione degli stabili. Criticità che sarà facilmente superata una volta predisposto il tavolo tecnico con gli uffici competenti del comune.

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